Dalle “cannucce” antiche ai farmaci moderni: la storia dei problemi alla prostata
L’ingrossamento della prostata e la conseguente difficoltà a urinare non sono affatto problemi moderni; da sempre, infatti, l’uomo ha dovuto fare i conti con i disturbi legati a questa piccola ghiandola.

In passato, quando l’urina non riusciva più a defluire correttamente, la soluzione era drastica e immediata: l’inserimento di un catetere. Già gli antichi Egizi e i medici cinesi utilizzavano dei piccoli tubicini (simili a cannucce) per liberare la vescica e dare sollievo ai pazienti colpiti da quella che oggi chiamiamo “ritenzione urinaria”.
Sebbene il problema fosse noto, la medicina ha impiegato secoli per capire che il “colpevole” era proprio la prostata. Nel XVII secolo, il medico francese Jean Riolan il Giovane fu tra i primi ad intuire che la ghiandola prostatica, ingrossandosi, stringeva il canale urinario, determinando un’ostruzione meccanica.
Circa cento anni dopo, il medico italiano Giovan Battista Morgagni confermò un’osservazione fondamentale: questo ingrossamento era strettamente legato all’avanzare dell’età.
A fine Settecento, lo scozzese John Hunter fece una scoperta decisiva: la crescita della prostata dipendeva dagli ormoni prodotti dai testicoli. Notò infatti che, riducendo l’apporto ormonale, la ghiandola diminuiva di volume. Questa scoperta portò a trattamenti che oggi appaiono piuttosto invasivi. Prima dell’era moderna, l’unico modo per curare l’ipertrofia prostatica grave era la castrazione chirurgica, una pratica dolorosa e invalidante utilizzata per arrestare la crescita della ghiandola.
La buona notizia è che oggi tutto questo appartiene al passato. La ricerca scientifica ha fatto passi da gigante e questa condizione oggi viene gestita efficacemente con i farmaci, in grado di controllare il volume della prostata e migliorare la qualità della vita.